Gianluca Minotti recensisce Waldemar su patrialetteratura

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«WALDEMAR» DI ALESSANDRO TENAGLIA

9 febbraio 2022 · by admin · in Recensioni

Recensione di «Waldemar» di Alessandro Tenaglia (Libertà Edizioni, 2021). Articolo di Gianluca Minotti.

Come interrogare la letteratura per trarne un modello da applicare nella vita reale.

Waldemar: il corpo al centro dell’indagine.

C’è il corpo, certo, al centro di Waldemar di Alessandro Tenaglia (Libertà Edizioni, 2021), il corpo in tutte le sue possibili declinazioni (e complicazioni), ma anche il corpo della letteratura intesa come organismo, struttura infinite volte vivente, se è vero che l’arte è un eterno rinnovarsi e non è mai conclusa, mai data per sempre e soltanto dal corpo a corpo di chi l’ha creata, ma bensì, ancora, ogni volta riflessa nel corpo a corpo di chi quell’arte la interpreta nuovamente, magari rileggendo e studiando un testo scritto da altri.

Ed è sghemba questa recensione, che poi non è una recensione ma il mio personale tentativo di domandare a Waldemar – al romanzo, intendo – ciò che il protagonista domanda al personaggio oggetto del suo studio. Perché la vicenda di Waldemar è presto detta: Saverio, un uomo di una cinquantina d’anni, torna a vivere nella casa dove è nato, (la casa come corpo): una casa antica, in mattoni, qualcosa meno di una villa signorile e più di una casa colonica, costruita su una collina coltivata a vigna. La prima volta che lo incontriamo, Saverio è seduto al tavolo dove ha posato un grosso fascicolo di fotocopie e dei libri perché sta lavorando da tanto tempo a un progetto: finire di scrivere un saggio sui romanzi americani di Christopher Isherwood. E proprio mentre sta riordinando le idee, ecco che nella stanza entra Jonathan, un africano alto e robusto, «una presenza forte e discreta, sensibile, vicina ma anche appartata». Jonathan vive lì ormai da dieci anni, con la moglie e i tre figli: da quando, cioè, Saverio gli ha affidato la casa e il padre, ormai solo e vedovo. E quanto era già accaduto anni prima, l’attrazione fisica tra Saverio e Jonathan, questo loro amore taciuto agli altri e a loro stessi, sta per rinascere e difficilmente questa volta potrà restare clandestino, avulso dal giudizio morale e non provocare dolore. A meno che in soccorso non arrivi Waldemar, e non arrivi, appunto, la letteratura o, se non tutta, almeno l’opera di Isherwood che Saverio studia da anni e interroga senza posa. La interroga, e dalle domande si generano i ricordi, prende corpo il passato e si producono in lui, e nel lettore, reazioni emotive forti, perché in filigrana alle opere di Isherwood, Saverio rilegge e rivede e reinterpreta tutta la sua intera esistenza. E sebbene Waldemar sia un libro nel quale è continuamente infranto l’ordine cronologico degli avvenimenti, a non essere mai infranto è invece il procedimento, lento ma inesorabile che volge verso la scoperta di un senso.

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Waldemar: il corpo appartato

Le domande che Saverio pone all’opera di Christopher Isherwood hanno a che fare al contempo con la vita e con la letteratura. Come d’altronde tutta l’opera di Isherwood non è altro che questo: l’estenuante tentativo di essere fedeli alla vita eppure di declinare tutto nella finzione narrativa. Isherwood, il cantore degli ultimi giorni di un’umanità che stava scivolando, ancora ignara, verso il nazismo (Addio a Berlino, 1939), è colui il quale ha quasi sempre scritto narrativa strettamente correlata alla sua biografia, a sua volta «evidentemente correlata alla sua vita reale», parlando per esempio senza indugio alcuno della propria omosessualità. «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni» scriveva Isherwood, che però, fra gli altri, inventò il personaggio di Waldemar che compare in tutti e quattro i diversi momenti narrativi che compongono Ritorno all’inferno (1962), uno dei romanzi americani studiati da Saverio.

Ma chi è Waldemar e cosa rappresenta? Egli è un giovane tedesco che incarna l’eros assoluto e spontaneo, la naturalezza, l’energia, la pura gioia, la vertigine sessuale, l’istinto che agisce in quanto tale e quindi non è mai immorale ma, semmai, pre-morale. Jonathan è un moderno Waldemar: un Waldemar non più tedesco bensì, rovesciandone i canoni ariani, africano. Insomma, Waldemar è per Saverio un modello di riferimento, sia umano che artistico. Umano perché è mero corpo che dà il piacere sessuale al di fuori della morale, e artistico perché, da personaggio “appartato” (appartato come Jonathan), quale sembra essere Waldemar in Ritorno all’inferno, dove c’è un narratore che parla in prima persona e che si chiama Christopher e che potrebbe essere Isherwood stesso, in verità ne è il protagonista. Perché in Ritorno all’inferno, «l’io narrante, Christopher, fa la biografia di Waldemar, ma come se non fosse così, non lo dichiarerebbe mai: di sghembo». Allo stesso modo di come in Waldemar, Saverio, interrogando le opere di Isherwood, in fondo non faccia altro che scrivere la biografia di Jonathan.

Gianluca Minotti

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Tags: Alessandro TenagliaGianluca MinottiLibertà EdizioniLibroRecensione

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Elio Antonucci recensisce Waldemar

Il romanzo “Waldemar” dello scrittore e musicista Alessandro Tenaglia Scrittore Musicista è un’opera ricca e stratificata.

A prima vista il romanzo è la storia di Saverio, dal racconto dei suoi viaggi giovanili e della sua personale ricerca di sé, al racconto del suo ritorno a casa.

Al contempo, il romanzo è però anche una riflessione dello scrittore sui temi e i simboli che operano nel racconto e, più in generale, una metariflessione sul senso dello scrivere, che Alessandro Tenaglia sviluppa a partire da un serrato dialogo con le opere di Christopher Isherwood.

La combinazione di racconto e scrittura saggistica può risultare insolita a prima vista. Il continuo insistere sui testi di Isherwood interrompe il ritmo della narrazione e costringe il lettore ad una riflessione ulteriore. La fatica è pero ripagata da un’ opera che si arricchisce continuamente di temi e riferimenti e che guadagna così profondità.

La ricerca della propria identità sessuale, il cammino verso il raggiungimento della propria autoconsapevolezza, i percorsi tortuosi dell’incontro e dello scontro con l’altro sono solo alcuni dei temi affrontati.

Un libro complesso ma al contempo molto intimo. È impossibile infatti non affezionarsi a Saverio, Germana e Girolamo, personaggi vivi che animano questo racconto emozionante e sentito. Merito di tutto questo è l’occhio attento e scrutatore di Alessandro Tenaglia e la sua scrittura accurata.

un faro su Isherwood

Un amico mi ha scritto
“Scopro cose nuove con il tuo libro. Lo leggo lentamente perchè per me è difficile. Non sapevo neanche chi fosse Isherwood prima di sentire la tua presentazione e di iniziare a leggere.”
Gli ho risposto che ho giá raggiunto un mio obiettivo: accendere un faro su Isherwood.
A partire dal mio incontro con Un uomo solo di Isherwood nel 2009, un incontro fortemente emotivo, è partita l’esigenza di studio riflessione analisi invenzione scrittura che poi sono diventate Waldemar.
L’analisi mi ha portato ai 7 temi che sono focalizzati in Isherwood e nelle mie storie:
Nudo
Reticenza
Uomo: con uomo e con donna
Acqua
Morte
Guerra
Estraneitá.
La narrazione di storie è una delle modalitá di conoscenza di sè e del mondo a nostra disposizione, quella che meglio mette insieme tempo simboli emotivitá.

pianoforte in bianco e nero

il pianoforte sta all’orchestra come il cinema in bianco e nero sta al cinema a colori.
Il pianoforte ha una sola gamma di colori, ma con infinite sfumature in quella gamma; la sua potenza puó riempire una grande sala come i suoi sussurri.
Come nel cinema in bianco e nero, le linee al pianoforte possono stagliarsi anche piú nettamente che in un’orchestra. L’indefinitezza del suono pianistico puó anche toccare il magma dell’indifferenziato.
Come tutti i soggetti troppo dotati, rischia facilmente l’effettismo circense, il compiacimento narcisistico, lo svendersi per ovvia versatilitá ad andar con tutti.
Ma dove i tanti grandi Compositori gli hanno dedicato i loro immensi pensieri specifici, il pianoforte, come il cinema in bianco e nero, va dritto all’inconscio, e svela ogni profonditá e ogni veritá di relazione.

Marco Reglia ha recensito “Waldemar”

Waldemar

È stato per me un libro faticoso perché apparentemente va di qua e di la nel tempo; per chi, come il sottoscritto, è abituato a mettere in ordine cronologicamente gli eventi per tentare di cogliere i possibili nessi causali, è stato impegnativo.

Ma c’è un altro possibile motivo … ho letto per la prima volta Waldemar in versione digitale e, per i tempi che avevo in quel periodo, l’ho letto senza continuità, lasciandolo ogni tanto per poi riprenderlo. Ecco, Waldemar sarebbe da leggere tutto d’un fiato per immergersi in quello che è il nostro modo di pensare e di agire come umani, quello cioè di agire in un modo e, nel contempo, rivivere o vivere emozioni e ricordi, anche parzialmente.

Alessandro qui ricorre alla sua visione musicale quasi amplificando questa compresenza alternata di oggi, ieri e altro ieri; ma consapevole delle possibili difficoltà di lettura numera ed organizza i capitoli in modo da render possibile la lettura (o la rilettura) dei singoli sotto romanzi che compongono la sua opera. Questa opzione è sintomatica dell’attenzione che Alessandro ha per il lettore … pur inserendoci pezzi di sé stesso Alessandro non trascura uno dei sensi dello scrivere: l’esser letto!

E quindi da un lettore all’autore una domanda sorge spontanea: come è stato scritto? Tutto in insieme o in parti e poi assemblato?

Provo comunque a organizzare alcuni eventi chiave del testo in ordine cronologico:

1966: Girolamo è vedovo ed ha 40 anni e quindi dovrebbe esser nato nel 1926

1975: già nati Germana e Saverio

1979: Girolamo e Germino si conoscono da tre anni, quindi si sono incontrati, ma non sentimentalmente, nel 1976 … la relazione inizia negli anni ‘80

2006: Morte di Girolamo il 14 ottobre

2011: il tiglio di 50 anni ci da’ l’età di Saverio, 50 anni, nato quindi nel 1961

Ecco, pensiamo al 1926, con il fascismo al potere già ben strutturato; tra le mie fonti orali, Luciano, nacque proprio nel 1926 ed ancor oggi il suo rapporto di coppia con Ennio, iniziato nel 1962 è ancora in piena sintonia. Questo ci evidenzia che la generazione di Girolamo, non per forza doveva vivere la sintonia amorosa tra uomini come un tabù invalicabile.

Ma su questo anche Vladmiro (nato nel 1891) e il giovane iugoslavo Ozrero, (incontrati tra i documenti dell’archivio di Rijeka), che vissero assieme per qualche anno negli anni ‘30 a Fiume, confermano questa possibilità.

Altro apparente stereotipo che ipotizza l’arretratezza del mondo rurale in confronto alla dinamicità e all’apertura delle collettività urbane verso le libertà di vita degli individui: non sempre la campagna è sinonimo di arretratezza e non sempre la visione conservatrice lo è in maniera radicale. Girolamo è un conservatore mentre Germino è un anarchico, eppure, entrambi si ritrovano in sintonia nello stare assieme … e sono felici. Questo aspetto, per nulla impossibile nella realtà, mi porta ad un’altra mia fonte orale, Gino ed il suo rapporto con Mario: erano entrambi figli di famiglie conservatrici, imprenditori quelli di Gino. La loro relazione durò vent’anni e dopo la morte di Mario, avvenuta a Palermo, nel suo luogo d’origine, Salò, la famiglia di orientamento politico di destra, fece affiggere sui muri della cittadina gli annunci della morte del figlio, citando pubblicamente l’amico Gino.

Ecco che Alessandro in Waldemar propone una storia storicamente credibile!

Ancora qualche elemento di riflessione, le coppie principali sono:

  • Girolamo e Germino
  • Saverio e Jonathan
  • Jonathan ed Elizabeth

Tutte queste coppie strutturano le loro relazioni per lo più con l’agire che con il parlare:

  • Improvvisamente Saverio sa che non c’è da aggiungere nulla, che qualsiasi parola andrebbe solo dietro agli aggettivi giusti, e che non è quella la strada. Zitto. P. 160

l’eccezione è Elizabeth, che tra l’altro lo evidenzia … come se il parlare fosse non previsto nella vita degli umani o fosse riservato a momenti eccezionali, come quello che per certi versi dá la chiave finale al libro.

E per contro, alla rarità delle parole e dei pensieri espressi con parole il testo trasuda tanta fisicità … E su questo si va a Waldemar che ne è il simbolo chiave.

È un libro con diverse storie e che ha un finale che non finisce davvero, dove i protagonisti hanno riserbo delle loro parole, eppure comunicano al lettore attento e, per estensione alla vita reale, a coloro che sono in grado di osservare e non solo ascoltare con il proprio udito.

E questo finale senza fine ci porta ad un passo di Waldemar che si chiude con una frase di una poesia intensa:

Ma non si finisce. Come la Ballata nel suo inizio presuppone un inizio inespresso, così questa chiusura forzata, ma basata sulle stesse note dell’ossessione del tema principale, non finisce davvero, e quell’ultimo montare del fuoco può solo essere troncato con l’ossessione stessa ridotta a formula, a scappatoia retorica, a frase fatta.

Punto.

Come è facile chiudere per forza.Mentre Saverio suona, sempre lentamente e con fare misurato, e arriva a quella fine, il fuoco continua a crepitare. Sotto la pergola si sente il rumore di una sedia spostata, e poi un altro, come di un bicchiere che qualcuno appoggia sul tavolo di legno. Saverio lascia il pianoforte, va alla porta, la apre, esce.

Mentre Saverio suona, sempre lentamente e con fare misurato, e arriva a quella fine, il fuoco continua a crepitare.

Sotto la pergola si sente il rumore di una sedia spostata, e poi un altro, come di un bicchiere che qualcuno appoggia sul tavolo di legno.

Saverio lascia il pianoforte, va alla porta, la apre, esce.

Trova Jonathan seduto fuori, con un maglione. Ha avuto freddo, ora si scalda. Stando fuori.

Saverio lo guarda. Una pausa indeterminata, quello sguardo. Jonathan risponde a quello sguardo.

Saverio resta immobile.

Jonathan si alza, si avvicina.

Saverio si gira, entra in casa.

Jonathan lo segue, si fermano davanti al camino acceso.

Meno di un passo tra di loro.

Il resto lo fa il fuoco. PP 167-168

E così, per chiudere senza chiudere, chiudo con Francesco Guccini:

Quanti anni, giorno per giorno, dobbiamo vivere con uno

per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è, OMIS (Guccini, Van Loon)

Marco Reglia

)

)

ma cosa ho fatto?

Rispondendo a unamico che sta leggendo Waldemar e che supponeva che le citazioni di Isherwood sono state in qualche modo “aggiunte” al romanzo, mi è venuto da rispondere in un modo piuttosto chiaro, che ora riporto:

Cioè le storie dei miei personaggi del mio romanzo sono espressione delle mie domande ai testi di Isherwood e delle mie reazioni emotive profonde (in senso psicanalitico).
Non è autobiografia, ma memoriale immaginario (e anche questo è risposta a Isherwood, strutturalmente), con elementi autobiografici sparsi ovunque come sale e pepe, non organizzati in uno solo dei personaggi, anzi, il contrario: usati come grimaldelli di liberazione delle emozioni e di loro trasformazione in vite piú vere della vita reale, quelle dei personaggi del mio romanzo.

prima il senso o l’andamento?

Io scrivo raramente, e dopo lunga gestazione, partendo da una forte emozione causata da un’altra opera. La lunga gestazione mi serve per capire quell’emozione cui lo studio dell’oggetto di partenza non basta, ma da quell’emozione e quello studio si mette in moto la mia fantasia. A un certo punto, come la donna incinta che attende la nascita ma che non sa esattamente quando e come accadrá, e improvvisamente le si rompono le acque trovandola impreparata, cosí devo cominciare a scrivere, e poi la scrittura va da sola, totalmente anticipata nella gestazione ma anche totalmente sorprendente come la nuova vita che inizia il suo percorso.
Giulio Mozzi ha posto il quesito: prima il senso o prima l’andamento (nella narrazione)?

Prima il senso (l’emozione scatenante) ma, subito, insieme, l’andamento si delinea col crescere dell’idea, ben prima di iniziare a scrivere. Poi, quando scrivo, assolutamente diventano inscindibili.