esibirsi?

Nella vita di ogni musicista c’è stata un’infanzia, e il fatidico momento in cui, alla fine di una visita in casa, gli veniva detto: “e adesso suonaci qualcosa!”

Poi c’è quel momento in cui l’infanzia finisce, e alla fatidica domanda l’adolescente risponde di no. Stufo di essere preso come la scimmietta ammaestrata e di non essere riconosciuto per quello che è: una persona che si appassiona a qualcosa di molto, molto, molto speciale e in modo molto, molto, molto personale.

Avevo uno zio, un tipo dal carattere molto scorbutico, che da ragazzino mi chiedeva di suonare per lui. Lui stava davvero zitto e attento. Mi chiedeva di suonare ancora, e ancora, e lui sempre piú zitto. A un certo punto, con espressione turbata, mi diceva sempre la stessa cosa, con la parlata romana che gli rispuntava quand’era piú sincero: “tu soni come n’omo vecchio”. E a quel punto io guardavo in silenzio il suo turbamento, sapendo che lui mi aveva davvero riconosciuto, e poi lui se ne andava.

A me quello zio non ha mai fatto regali, mentre ne ha fatti a mia sorella e a mio fratello. Neanche me ne accorgevo, comunque, perchè c’era un silenzio tra noi.

avevo 11, 12 anni, e per lui non mi sono sono mai rifiutato di suonare, mentre lo facevo giá sempre con gli altri.

Negli anni dei saggi di classe, il miglior complimento me lo fece il padre di una compagna, allora ero sui 20 anni: “quando suoni tu ci sono sempre tante emozioni, solo tu me le dai, e ogni anno sono sempre piú forti”.

Inseguivo, e raggiungevo, quel silenzio pesante e denso in chi mi ascoltava, quello in cui venivo riconosciuto.

Dopo tanti anni, mi ritrovo ancora chi mi invita a cena, e alla fine della cena mi dice “e ora suonaci qualcosa per farci rilassare”.

Ovviamente, con educazione, rifiuto.

Dopo tanti anni, mi ritrovo ancora con chi mi chiede di fare programmi piú rilassanti. A quel punto di solito faccio espressioni molto eloquenti. E, in caso, le parole certo non mi mancano. Di solito comunque la giro in sorriso, se non si insiste, altrimenti… mordo!

Il problema è tutto in me stesso ovviamente, non accuso nessun altro. Se non si insiste troppo…

Ma un pianista che vuole costruire il silenzio è fatalmente tutto sbagliato. In fondo è una forte ragione per cui scrivo: per scrivere si sta in silenzio, il silenzio è la dimensione precisa dello scrivere, che struttura il silenzio con architetture di parole significanti, sempre aperte al fraintendimento piú totale, ma comunque definite e oggettivate.

Il silenzio, quello denso, però, cerca i suoi momenti, e quindi anche le parole negli ultimi anni le porto al loro suono, le pronuncio in pubblico, in cerca ancora di quella densitá.

Insomma: il silenzio denso che resta del suono che accade, e il turbamento sui volti di chi, riconoscendomi, si riconosce: quello resta importantissimo.

Ma non posso certo pretendere che tutto questo mi porti dei favori, anzi: porta solo complicazioni e diffidenza di autodifesa da parte degli ascoltatori. Nessuno può cavarsela con un semplice “Bravo! Mi sei piaciuto!”, anche perchè non è piacere ció che mi interessa, e porto sempre chi mi ascolta verso un limite. Quello del silenzio. In un mondo di fughe e rumori per essere sempre distratti e pensare sempre neno, dopo aver anestetizzato in ogni modo la scomodità delle emozioni.

Quello zio era turbato da me ragazzino che gli restituivo la sua stessa vecchiaia, sentendola, chissà come, in me, vedendola plasticamente nelle mie mani, sentendola entrare nel suo animo attraverso le orecchie, ospite sgradita per la sua sincerità eccessiva. Come poteva farmi dei regali, dopo questo?

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